Monaco (Lista Funaro): “A Sanremo come a Firenze, la disabilità è vissuta solo come malattia e peso sociale. Non è così che si costruisce inclusione”

Questo il testo della comunicazione in Consiglio comunale della consigliera Michela Monaco (Lista Funaro Sindaca)

“Si è appena conclusa la 75ª edizione di Sanremo, dove ovviamente, come ogni anno, viene dato spazio alle persone con disabilità. Non posso fare a meno di notare e di raccontare che le persone con questa caratteristica non vengono mai presentate o trattate da professionisti, bensì come portatori di una vita "speciale", ed è una cosa che mi lascia perplessa e mi rattrista. 

Perché il festival di Sanremo, come tutti sappiamo, è un po’ lo specchio della società in cui viviamo. Quindi, se anche attraverso un festival visto da milioni di italiani non viene raccontata la disabilità per quella che è, come possiamo pretendere di cambiare il mondo in cui viviamo? Come posso pretendere di cambiare la città in cui vivo e ho un ruolo politico?

Negli anni ho visto persone con disabilità salire sul palco dell’Ariston vestite in tuta, ricordate solo per la loro malattia piuttosto che per la funzione che hanno nel mondo, come attori, professionisti, artisti, ricercatori o musicisti. Ma tutti vengono presentati per quello di cui soffrono e mai per quello per cui si sono formati e affermati nella società.

Questo mi porta a fare un collegamento col Comune di Firenze. Il fatto è che si professa un territorio inclusivo, ma io ad oggi questa inclusione la percepisco e la vedo solo nelle parole. 

Mi chiamate persona con disabilità perché è il termine più giusto e corretto per definirmi, ma alla terminologia più appropriata e inclusiva deve seguire un atteggiamento, un comportamento che sia tale: anche un aiuto che venga dato spontaneamente per quel dovere di solidarietà sancito dalla Costituzione. 

Ma qui, ad oggi, anche in Comune sento e vedo che l’aiuto che mi viene prestato da alcuni del personale che lavora in questo palazzo non è mai dato con il cuore. 

Devo sentire a posteriori che quelle persone si sentono sfruttate per l’aiuto che mi concedono o che è un compito che non rientra nelle loro mansioni. 

I piccoli aiuti per me sono ormai una consuetudine, e in questo momento della mia vita fortunatamente sono ancora in una situazione di salute per la quale non ho bisogno di un’assistenza infermieristica o professionale, ma magari più in là sì.

Quindi, se alle parole inclusive non vengono fatti seguire i fatti o i comportamenti che siano davvero degni di tale definizione, se per una prestazione d’aiuto sporadica si pretende una qualifica seguita da un compenso come possiamo davvero parlare di inclusione? È inutile che ci soffermiamo sulla forma, se poi ci si perde nella sostanza.

L’altro giorno abbiamo tutti fatto un grande plauso alla Regione Toscana che ha approvato la legge sul fine vita. Bene, può essere una legge che si condivide o meno, non entrerò nel merito. 

Ma mi lascia interdetta sapere come nell’immaginario collettivo sia più condivisibile e approvabile una legge riguardante una morte dignitosa piuttosto che la vita decorosa per chi vive nella sofferenza”. (fdr)

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